La Cina in sciopero
articolo inserito il 28.
07.2010

 

Anche i lavoratori cinesi, nel loro piccolo, si arrabbiano. E, sebbene capiti più spesso di quanto non si sappia fuori dalla Cina, l’ondata di scioperi che nelle ultime tre settimane ha bloccato gli stabilimenti cinesi della giapponese Honda (il primo nella sede di Foshan, nel Guangdong, il 17 maggio, seguito a cascata dalle altre tre fabbriche nel Paese) sembra aver mandato un messaggio forte, chiaro e potenzialmente terrificante agli imprenditori convinti che disordini e proteste non facessero parte di quel mondo.

Paradiso della deregulation, Far East del basso costo, addio. Il sogno è finito. Nemmeno il “socialismo con caratteristiche cinesi” riesce più a fare accettare ai suoi operai lo sfruttamento a oltranza. In questo caso non sembra neanche averci troppo provato. Forse perché ad andarci di mezzo erano aziende straniere, e non fabbriche di Stato. O forse perché nel sud della Cina, cuore pulsante della produzione industriale mondiale, con decine di migliaia di fabbriche e stabilimenti, si comincia a sentire la mancanza del bene primario che era sembrato, fino a un paio di anni fa, inesauribile: la manodopera.

 

E poi c’è il fatto che il partito comunista, nonostante la sua patina ideologica, conosce l’arte della realpolitik meglio di chiunque altro. E il realismo di denghiana memoria, quello che invitava a inseguire il gatto, nero o bianco che fosse, ha insegnato al centro così come alle periferie del potere che la repressione delle proteste non sempre giova. Soprattutto quando le richieste degli operai non puntano a cambiamenti strutturali, ma si accontentano di miglioramenti salariali. Che, almeno nel caso della Honda, della taiwanese Foxconn e di altre aziende in “agitazione” in queste settimane come la fabbrica cantonese della Nikon, vuol dire tra l’altro andare a pescare nelle tasche degli imprenditori stranieri, non in quelle di cinesi.

Così si spiega la riluttanza dei funzionari locali del Guangdong a intervenire con mano troppo pesante per porre fine agli scioperi alla Honda. E si capiscono le parole pronunciate di fronte a un gruppo di lavoratori migranti a Pechino dal premier “nonno Wen” Wen Jiabao, pubblicate dall’organo ufficiale del Partito comunista cinese, il Quotidiano del popolo, il 15 giugno: «Gli operai migranti provenienti dalle zone rurali sono la principale componente della forza lavorativa cinese oggi. La nostra ricchezza e i nostri grattacieli sono il risultato del vostro duro lavoro e del vostro sudore. Il governo e la società intera devono trattare i giovani lavoratori migranti come se fossero loro figli».

 

Del resto, pare che nel Guangdong, la regione preferita dagli stranieri per aprire le proprie fabbriche, nove aziende su dieci siano a corto di personale. Per reclutarlo si può ancora contare sul flusso migratorio proveniente dalle aree rurali, i mingong (lavoratori provenienti dalle campagne, chiamati anche liudong renkou, popolazione fluttuante). Che, però, sono sempre di meno e, soprattutto, vogliono sempre di più.

Più soldi, più prospettive, migliori condizioni. Una consapevolezza dei propri diritti che è nuova, in Cina, e che la legge sui contratti di lavoro, entrata in vigore nel gennaio del 2008 [articoli sul tema: http://jobtalk.blog.ilsole24ore.com/jobtalk/2008/01/globtalk-cina-d.html

e http://job24.ilsole24ore.com/news/Articoli/2008/febbraio/rita-lavorocinese-12022008.php?uuid=5059e844-d8c2-11dc-bf0d-00000e251029&DocRulesView=Libero], ha rafforzato fornendo alcuni strumenti per farli rispettare. Gli interventi mirati e la penetrazione nelle fabbriche praticati negli ultimi 15 anni dal China Labour Bullettin - una sorta di sindacato privato basato a Hong Kong, ma votato alla difesa dei diritti dei lavoratori nella Cina popolare diretto dal carismatico Han Dongfang – avevano preparato il terreno.

 

Secondo alcuni, gli scioperi delle ultime settimane, e in particolare quello della Honda, confermerebbero questa tendenza. «In passato - dice Lee Chang-hee, coreano specialista in relazioni industriali per l’Ufficio del lavoro internazionale di Pechino citato dal Quotidiano del popolo - i lavoratori cinesi protestavano solo quando venivano infrante le norme in modo eclatante. Oggi, invece, i giovani sono molto più consapevoli di come usare i propri diritti per ottenere aumenti di stipendio e migliori condizioni di lavoro, grazie anche a una legislazione più rigida che offre maggiori sicurezze».

Lo sciopero della Honda, partito dalla protesta di 1900 dipendenti, non è scattato infatti in seguito a violazioni della legge, ma a causa di un aumento salariale mancato. Quando l’aumento è arrivato, una settimana dopo l’inizio delle agitazioni, i lavoratori hanno detto no: il 24 per cento in più (pari a una cifra tra i 17 e i 22 dollari al mese) era troppo lontano dai circa 74 dollari chiesti dai dipendenti. Così, lo sciopero è ricominciato. 

Un aumento del 30 per cento (partendo da una base salariale di circa 80 dollari al mese) è quello che ha offerto ai suoi dipendenti la taiwanese Foxconn, dai cui stabilimenti, a Shenzhen, escono prodotti Apple, Nokia e Dell. Qui la protesta è nata per le terribili condizioni di lavoro e per la catena di suicidi tra i giovanissimi dipendenti, costretti a lavorare 60 ore alla settimana, spesso senza alcun riposo nel weekend.

 

Una realtà tutt’altro che singolare, da quelle parti: le condizioni di lavoro e di vita nelle fabbriche cinesi sono spesso terribili, come testimoniano anche le storie raccolte nel libro-reportage “Operaie” della giornalista del Wall Street Journal Leslie Chang (Adelphi 2010).

Né il sindacato statale, l’unico riconosciuto nella Repubblica popolare, fa molto: assecondare gli interessi degli investitori stranieri conviene di più. I lavoratori lo sanno e gli scioperanti della Honda hanno provato a tagliarlo fuori: «La questione è tra noi e l’azienda, il sindacato non deve intromettersi», hanno dichiarato al quotidiano Nanfang Dushi Bao.

 

Emma Lupano

 

< news