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Qiu Xialong: "Nei miei gialli la Cina che cambia"
articolo inserito il 21.01.08

 

Ama la cucina, la poesia e la lingua inglese. Detesta il segretario di Partito Li, che controlla il suo operato, e ogni caso che abbia dei risvolti politici. Ma Chen Cao, il commissario a capo della squadra speciale della polizia di Shanghai, alla fine si trova sempre a dover sbrigliare intrighi che sono non soltanto complicati, ma spesso anche politicamente delicati.

È lui il raffinato, contraddittorio protagonista dei gialli di Qiu Xiaolong, scrittore cinese trapiantato negli Stati Uniti alla vigilia della tragedia di Tian an men. Ma non è il solo. Al centro della scena dei cinque romanzi di Qiu Xiaolong (di cui soltanto “La misteriosa morte della compagna Guan”, 2002, “Visto per Shanghai”, 2004, e “Il rosso è nero, 2006, sono già arrivati in Italia, tradotti da Marsilio) c’è infatti il mondo corale, incoerente e sanguigno della Cina degli ultimi vent’anni. Un mondo che nei romanzi di Qiu affiora in modo a volte commovente, a volte paradossale, ma che il commissario Chen (e il suo autore) sanno sempre trattare con la serietà, il disincanto, o il sorriso necessari.

Scintillante, sensuale e moderna, eppure misera, cupa e corrotta è anche la Shanghai in cui si muove Chen Cao: una metropoli che rispecchia tutti i problemi e i turbamenti della Cina della transizione feroce e caotica del dopo Mao

Lo sguardo di Qiu sa andare molto a fondo, perché sa essere allo stesso tempo partecipato e distante. Una miscela che gli permette di vedere lontano e di riversare poi sulla pagina scritta con ironia, leggerezza, ma anche intensità, storie che sono, alla fine e prima di tutto, autentiche dichiarazioni d’amore per il suo grande, cupo e conturbante paese.

Quando si trasferì negli Usa?

Partii nel 1988 per una ricerca su T.S.Elliot. Dovevo restare un anno, ma il 1989 cambiò i miei piani. Partecipai a una raccolta di fondi per gli studenti di Tiananmen, la notizia fu pubblicata sui giornali cinesi e la polizia andò a casa dei miei genitori a dire che dovevo "comportarmi bene". Capii che non potevo tornare. Cominciai a scrivere in inglese.

I suoi romanzi però sono pubblicati in Cina.

I primi tre sono stati tradotti, ma con pesanti tagli e modifiche. Shanghai, ad esempio, è stata sostituita con la "città H": secondo i funzionari della censura, le cose che racconto non potrebbero mai succedere a Shanghai.

Come nacque il primo romanzo?

Tornai in Cina la prima volta nel 1995 e durante quel viaggio sentii il bisogno di raccontare la transizione drammatica che era sotto i miei occhi. Appuntai idee e impressioni e quando rientrai negli Usa cominciai a scrivere.

Il giallo non fa parte della tradizione letteraria cinese.

All’inizio tentai di scrivere in versi, ma non funzionò. In prosa, però, non avevo
mai scritto. Il genere poliziesco mi aiutò. I gialli hanno un inizio, uno sviluppo e una soluzione: una cornice dentro cui lavorare. Ma non è solo questo. Un investigatore deve bussare alle porte, è sempre in contatto con persone di ogni strato sociale. E deve pensare alle ragioni sociologiche e culturali di una tragedia.

Perché le interessa la Cina della transizione?

È un cambiamento interessante. In termini politici, il sistema è sempre uguale. Nel rapporto tra governo e media, la situazione è mutata, ma c’è ancora grande controllo ideologico. Dal punto di vista economico, invece, ormai tutto funziona secondo le leggi del capitalismo e c’è più materialismo che in Occidente. È un mix mai sperimentato prima, in cui anche il sistema di valori è alla deriva.

Non c’è una parte di lei nell’ispettore Chen Cao, protagonista dei suoi gialli?

Con lui ho in comune l’amore per la poesia e per l’inglese. Ma Chen è un uomo che cerca di sopravvivere nel sistema e per farlo accetta i compromessi. Questo non mi piace. Preferirei che fosse più coraggioso, ma solo così è realistico.

Condivide anche la passione di Chen per il cibo?

Il cibo cinese mi manca, negli Usa non si mangia bene. Ne scrivo per me stesso quindi, ma anche perché è un elemento molto importante della cultura cinese. E poi Chen ha un lavoro duro, subisce forti pressioni politiche e non ha una fidanzata fissa: come altro potrebbe divertirsi?

Si trasferirà in Cina?

Posso scrivere liberamente in Cina? Questa è la cosa che più conta. Per ora torno il più spesso possibile, almeno due volte all’anno. Raccolgo materiale. E faccio il pieno di cibo cinese. In fondo, mi serve per i miei libri...

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