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Shaoshan, la Mecca cinese
articolo inserito il
03.12.07

 

La strada da Changsha a Shaoshan si percorre barcollando per due ore su minibus dai sedili sfondati, con la guida che cinguetta nel microfono dati storici, leggende e curiosità sulla regione. Cina centrale, provincia dello Hunan: una zona di campagne misere benedette però dalla geografia e dalla storia. All’una si deve lo Heng Shan, uno dei monti sacri del paese, meta di pellegrinaggi di centinaia di migliaia di fedeli ogni anno. All’altra la consacrazione di questa provincia come la mecca cinese: nel villaggio di Shaoshan nacque Mao Zedong e, nei periodi di massimo fervore, a visitare la sua casa passavano tre milioni di turisti ogni anno.

Oggi che fare affari nelle metropoli è quello che più conta e che le giovani generazioni pensano più agli idoli pop che al partito, le cifre sono un po’ diminuite. Però ristoranti, alberghi e venditori della zona ancora prosperano grazie al grande timoniere.

Ogni giorno, decine di pullman e minibus si fermano nei centri commerciali per turisti alla periferia di Shaoshan, paradisi della paccottiglia che i cinesi prendono puntualmente d’assalto. Sui banconi sono esposti francobolli con il faccione di Mao, accendini con immagini della rivoluzione culturale, piatti argentati con militanti che sventolano il libretto rosso. Il volto fiero del grande timoniere occupa gli orologi appesi ai muri, i calendari esposti nelle vetrine e le targhe commemorative prodotte in serie e messe in vendita come fossero uniche. Dalle mensole, i mezzi busti del padre del comunismo cinese, riprodotto in ogni posizione, misura e colore, guardano i clienti contrattare con i venditori per portarsi a casa l’ennesimo, inutile souvenir.

I tour patriottici partono ogni mattina da Changsha, la capitale dello Hunan. È il nodo ferroviario principale nella zona, dove fermano i treni provenienti da Pechino e da Shanghai, ma è anche una meta turistica in se stessa. Qui nacquero e studiarono alcuni leader comunisti di primo piano come Liu Shaoqi, Peng Dehuai e Hu Yaobang. Ma soprattutto, qui Mao si formò negli studi e si avvicinò al pensiero socialista. Il suo alloggio dell’epoca è una delle attrazioni turistiche da non perdere.

A Changsha però c’è anche l’Accademia Yuelu, oggi diventata l’Università dello Hunan: la più antica scuola della Cina, nata nel 790 per formare i funzionari pubblici. Anche questa è una meta obbligata, motivo di vanto nazionale per un popolo che ha costruito il proprio orgoglio sulla memoria di una civiltà nata cinquemila anni fa.

Nei giardini e nelle sale dove i futuri mandarini apprendevano i segreti del buon governo, i visitatori si aggirano leggendo a voce alta gli ideogrammi scritti da imperatori e famosi consiglieri e si compiacciono nel confrontare, grazie alle tavole sinottiche incorniciate sul muro, quanti altri paesi del mondo possedevano già una scuola del genere nel lontano ottavo secolo.

Il piatto forte della gita nello Hunan, comunque, rimane Shaoshan. E, nella piccola Shaoshan, altro non c’è da visitare che la casa di Mao. In mattoni e fango, con il tetto di paglia, l’abitazione in cui crebbe il grande timoniere è oggi immersa nel verde e affacciata su un piccolo lago pieno di ninfee.

La folla è tanta e il percorso attraverso le stanze è forzato: tutti in fila indiana e che nessuno si fermi, a meno di voler scatenare le ire dei militari che sorvegliano i visitatori. Si passa attraverso la cucina, con gli utensili tradizionali ancora appesi, attraverso la sala dei fuochi, la camera da letto e il salotto “dove Mao – dicono i pannelli esplicativi - indottrinava la famiglia sulla necessità di servire il popolo”. I turisti obbediscono, guardano le foto dei familiari del presidente, camminano lenti ma non si fermano. Non c’è bisogno di richiamarli all’ordine: la sacralità del momento basta a tenerli in religioso silenzio.

Sembrano altre persone rispetto a quelle che, all’inizio della giornata di pellegrinaggio, hanno visitato la casa di Liu Shaoqi: leader comunista, sostenitore e braccio destro di Mao fin dai tempi della Lunga marcia, poi caduto in disgrazia per aver criticato la follia del Grande balzo in avanti denunciando la carestia che stava affliggendo le campagne. Liu morì in prigione di torture e di stenti e fu riabilitato con un funerale pubblico soltanto da Deng Xiaoping, dopo il 1976.

I turisti percorrono spensierati e vocianti i viali del parco che conducono alla sua casa, discutono dei mobili che arredano le stanze, si interrogano sulla ricchezza della famiglia. Poi, si fotografano sorridenti davanti alla statua di Liu. Come i piatti al peperoncino per cui questa provincia è celebre, hanno imparato a  digerire con la massima disinvoltura anche le contraddizioni delle loro devozioni.

 

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