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Un
sindacalista per Pechino
Ha 44 anni, una famiglia nella provincia dello Shanxi e un passato da operaio. Nel giugno del 1989 si trovava in piazza Tian an men accanto agli studenti, alla testa della Federazione autonoma dei lavoratori di Pechino, il primo sindacato libero della storia della Repubblica popolare cinese. L’esperienza gli costò due anni di prigione e una tubercolosi quasi letale. Riuscì a ottenere un permesso per curarsi negli Usa, poi decise di tornare. In Cina però non lo lasciarono entrare. Da allora vive a Hong Kong, lavorando per convincere gli operai cinesi a lottare per i propri diritti. Han Dongfang, ma lei oggi in Cina può entrare? «Ancora no. Però ho un programma radiofonico che è seguito da circa trenta milioni di cinesi: pochissimi, in proporzione. Non so perché Pechino mi tolleri, forse perché vivo a Hong Kong e al governo fa gioco dimostrare che lo slogan “un paese due sistemi” è ancora valido. Rassicurare sul fatto che la Cina continentale e Hong Kong non sono la stessa cosa e che due sistemi diversi possono davvero convivere». Quale è la sua strategia di lotta per i lavoratori cinesi? «Porto gli operai nei tribunali. Quando mi si presenta un caso, cerco un avvocato, spingo il lavoratore a fare denuncia e a chiedere un rimborso. Sono cose che la nostra legge permette: per questo il governo non può opporsi. Con il programma radiofonico cerco di far capire alle persone che gli scioperi non servono, che è in tribunale che bisogna andare. Si tratta di un sistema marginale, certo, ma qualche risultato lo dà. E noi siamo dei moderati. Cerchiamo soltanto di fare applicare le leggi che esistono, non di ribaltare il sistema: io non voglio fare la lotta al partito, voglio fare cose utili». Il partito, però, contro i lavoratori la lotta la fa. «Perché il cane morde? Perché ha paura, non perché si diverte. Il partito usa un sistema di oppressione perché non crede più tanto in se stesso. Sa i rischi che corre, ma non è stato ancora capace di cercare delle controparti con cui confrontarsi. Basterebbe partire dalle piccole cose, lasciare dire alla gente quali sono le sue necessità e cercare una soluzione equa per tutti. Ma se non si affronta la situazione esploderanno i conflitti, come sempre è avvenuto nella storia cinese: il contadino senza cibo scatenava la rivoluzione, uccideva l’imperatore e ne portava al potere un altro, fino a quando di nuovo il contadino si ritrovava senza cibo e faceva un’altra rivoluzione. Bisogna uscire dal circolo vizioso della storia e trovare una strada di pace». Di quanti casi si è occupato il vostro sindacato, nell’ultimo anno? «Un centinaio di persone nel 2006, per quest’anno prevediamo di seguire circa trecento casi. Ma non è questo il nostro obiettivo: noi puntiamo al tam tam, al fatto che dietro a ogni caso ci sono diecimila persone che vengono a sapere che cosa è successo, che cominciano a credere nei propri diritti, a essere consapevoli del fatto che le leggi possono essere applicate». Quali sono i vostri obiettivi? «Non vogliamo il paradiso, vogliamo soltanto difendere la nostra vita: la salute degli operai, la sicurezza sui luoghi di lavoro. Sarebbe già un passo in avanti. Basterebbe che la gente capisse che ha dei diritti e che può farli rispettare». ^ torna su |