|
Missione: soft power
A Pechino si dice ruan shili, a New York soft power. Ed è uno dei temi più caldi per la classe dirigente cinese oggi. Professori, politici, intellettuali, giornalisti, tutti si arrovellano alla ricerca di una soluzione. Perché il problema, almeno dal punto di vista cinese, c’è eccome: come mai, pur avendo l’economia statunitense in pugno, la Repubblica popolare è ancora lontana dal controllo del potere “morbido”, cioè dalla capacità di attrazione culturale e di persuasione politica? Perché gli Usa ne detengono ancora il primato? Se la domanda crea sgomento e un certo scompiglio a occidente, in Cina invece se ne parla come se fosse la cosa più ovvia al mondo. Nella testa dei suoi abitanti, infatti, il “Paese di mezzo” è sempre stato destinato a tornare al centro della Terra in termini di importanza e potere. E il momento, finalmente, sembra avvicinarsi.
Così ad aprile, a Londra, riuniti per un convegno internazionale intitolato “Il soft power cinese”, ricercatori e studiosi cinesi si sono confrontati con rara franchezza, davanti a colleghi europei più o meno sbalorditi, sugli ostacoli che la Cina dovrà superare per potersi infine affermare incontrastata nel mondo. Ospite speciale della conferenza era Li Xiguan, direttore del Centro per gli studi sulla comunicazione internazionale dell’Università Qinghua, la Harvard di Pechino. Esperto di media, giornalista e perfino collaboratore del Washington Post, Li Xiguan è uno che i dirigenti ascoltano con attenzione, anche quando si parla di soft power. Forse perché Li riesce in quello che i leader cinesi sognano quando pensano al potere “morbido”: saper spacciare all’occidente una immagine amabile di sé, vera o no poco importa. Li è infatti riuscito in un’impresa ardua. In Cina, ha raggiunto posizioni di grande responsabilità ergendosi a paladino del controllo di internet e dei media. In occidente, al contrario, è diventato noto ad accademici e professionisti dei media per le sue affermazioni progressiste e la sua critica della censura. Un uomo a due facce, insomma: l’ideale per un Paese che, dopo aver suscitato il biasimo internazionale per la gestione delle rivolte in Tibet nel 2008, sta ora cercando di riaggiustarsi le rughe di fronte al mondo. Per farlo, ha investito 6 miliardi di dollari nello sviluppo di testate online, cartacee e tv in lingue straniere per raccontare la Cina - rigorosamente in termini positivi - al pubblico globale. E ha creato gli Istituti Confucio, una rete di centri finanziati dal governo e sparsi in tutto il pianeta per promuovere la lingua e la cultura cinesi – ovviamente nel modo che più piace a Pechino.
Ma tutto questo è sufficiente? Per Li Xiguan, no. «Gli Usa hanno dominato il XX secolo in virtù del loro primato economico, militare e scientifico-tecnologico, ma anche della loro capacità di dettare le regole del sistema internazionale e di influenzare il mondo tramite i propri media. In due parole, grazie al loro soft power. Nel XXI secolo, la Cina ha già battuto il primato statunitense nei settori economico ed energetico, eppure la supremazia è ancora ferma a Washington».
Le ragioni, per Li, stanno nella solidità del potere “morbido” americano: «Gli Stati Uniti sono egemoni a livello globale nella sfera ideologica: dominano i settori dell’educazione, dei media e di internet. Washington è ammirata dalla gente per i valori universali di cui è portatrice e il suo declino economico non basta a erodere il suo potere di attrazione culturale e ideologica. Gli Usa dettano ancora l’agenda politica internazionale perché sono capaci di assimilare gli altri Paesi al proprio credo. Questa è la prima volta che il potere mondiale non dipende dalla prosperità economica, ma dal controllo del soft power».
Per diventare dominante anche dal punto di vista culturale, «la Cina deve allora battere gli Usa nel controllo della comunicazione. Deve raccontare le “proprie” storie, trasmettere le proprie notizie al pubblico straniero. Deve pubblicizzare e spiegare meglio i propri valori e le proprie politiche di governo. Ma, più di tutto, deve innovare il proprio sistema di valori politici. Deve trovare un modello migliore della democrazia di matrice americana. Altrimenti il suo soft power sarà sempre inferiore a quella degli Usa».
Emma Lupano
< news |