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Hong Kong. Tra modernità e tradizione.
L’attesa sulla
banchina dura il tempo della traversata, sette minuti. Troppo pochi per
studiare, in coda sul
pier di Tsim Tsa
Choi, i compagni di tragitto: turisti, uomini d’affari, studenti e
signore. E troppo pochi per gustare Hong Kong da una delle sue
angolazioni migliori. L’acqua. Appena lo Star Ferry bianco e
verde lascia Kowloon, si rimane indecisi. Da che parte guardare? La
sponda di partenza, con il profilo senza finestre del Cultural Centre. O
l’arrivo, con i grattacieli di Central e l’ombra del Victoria Peak. O
forse l’acqua, che brilla sotto il cielo tropicale, o l’orizzonte,
trafficato di piccole imbarcazioni che entrano ed escono dal Victoria
Harbour. Non basta una traversata, non ne bastano dieci né cento per
saziare lo sguardo. Bastano invece quei sette minuti di sospensione per
tirare il fiato in una città dove si lavora, si fanno affari, si
guadagna e si spende a ritmi velocissimi. “Capitale asiatica della
finanza, tempio degli affari”. “Città materialista, dove la gente pensa
soprattutto a lavorare e a fare soldi”. Si arriva con questa idea a Hong
Kong: una grande City esotica. E a Central, che della City è il cuore e
il simbolo, il panorama umano sono i businessmen in giacca e cravatta e
le manager in tailleur. Volti asiatici, europei, americani si incrociano
con passo affrettato sui ponti pedonali che si aggrovigliano intorno
all’International Finance Centre e alla sua torre, la più alta di Hong
Kong. Poco distante, vicino alla riva, c’è la
stazione dei taxi per accogliere, con l’aria condizionata sempre troppo
alta, passeggeri affaticati dagli affari o dallo shopping. Hong Kong è
anche questo: «Il paradiso degli acquisti», dice entusiasta Zhang
Jianing, giornalista pechinese. Suo marito vive qui e lei, appena può,
lo viene a trovare. «È un’ottima scusa per fare il pieno di abiti e
scarpe di marchi stranieri». Qui i beni di lusso importati costano meno
che sulla
mainland, al di là
del confine che ancora separa la città dal resto della Repubblica
popolare cinese. Ma lo shopping dell’ex colonia britannica ha molto
altro da offrire: «Il mercatino della giada dalle parti di Jordan, il
mercato serale in Temple Street, gli antiquari di Hollywood Road e Cat
Street. Lo shopping è ovunque», assicura Filippo Valentini, imprenditore
sorrentino che vive qui da trent’anni. «Il mio posto
preferito è il mercato di Stanley, anche se oggi è diventato un
grossissimo bazar e una carissima boutique. Ci sono andato per la prima
volta nel 1985 - ricorda -. Allora si trovavano più che altro
cianfrusaglie per americani: taglie extralarge e altra robaccia, che ho
sempre adorato». Forse perché, con le bancarelle a due passi dal mare,
la spiaggia e gli scogli, «Stanley mi fa pensare a Sorrento. Oggi non ha
più l’atmosfera da villaggio di pescatori, ma quando vado respiro l’aria
di mare, il caos del mercato, i cinesi che urlano, l’odore disgustoso
del toufu fritto». La quiete si trova solo «il sabato mattina presto,
d’estate - suggerisce Massimo Cipolloni, manager alla Cathay Pacific -.
Così si coglie l’atmosfera subtropicale tipica del sud della Cina. Il
mare, i piccoli commercianti che sistemano le bancarelle, il calmo
vociare cantonese sono un condensato di Hong Kong». Ma l’influenza
britannica si fa ancora sentire sulla gente del posto, che è «un mix di
cultura cinese e istituzioni occidentali - continua Cipolloni -. Hanno
uno spiccato senso del dovere e del lavoro e un forte senso della cosa
pubblica. Tutto funziona bene perché lo esigono i cittadini».
Sarà per questo che prendere i mezzi pubblici è
così piacevole. La metropolitana è efficiente e pulitissima. I mezzi di
superficie sono capillari e puntuali. Come i bus che si arrampicano per
le strade tutte curve di Mid-levels o i tram a due piani che
attraversano, con cigolii e stridori, la parte settentrionale dell’isola
di Hong Kong. Quando si ha mezz’ora libera, viene voglia di prenderli
fino al capolinea solo per gustarsi il panorama. Il vagone passa accanto
ai negozi di pesce essiccato e alle farmacie piene di erbe di Des Veoux
Road, sbircia nei ristoranti affollati e nei negozietti di Causeway Bay,
lambisce i quartieri notturni di Lan Kwai Fong e Soho, sfiora gli uffici
e i club di Wanchai, un tempo leggendaria area della prostituzione.
Quello che conta è esplorare, sempre. Camminare nei vicoli
pieni di insegne e arrampicarsi sulle ripide scalinate. Entrare nei
templi buddisti pieni di incenso, stretti tra sempre più aggressivi
progetti immobiliari che si contendono ogni centimetro della città
verticale. Curiosare nei negozi che vendono le offerte di carta per i
cari estinti. Fare acquisti tecnologici nei mercati dell’elettronica.
Percorrere il “miglio d’oro” dello shopping su Nathan Road. E procurarsi
gli orari dei traghetti per frequentare le uniche quattro isole
stabilmente abitate delle oltre 200 Outlying Islands. Lantau, con la
statua gigante del Buddha Tian Tan (e il ristorante turco più buono
dell’intera regione). Peng Chau, la più “cinese”, interamente pedonale e
tranquilla. Cheng Chau, villaggio di pescatori con schiere di ristoranti
per mangiare pesce fresco. E Lamma, l’isola “fricchettona”, popolata di
stranieri senza arte né parte, frequentata per i suoi ristoranti, le
spiagge e i sentieri selvaggi. «Prima ancora
che una città, Hong Kong è un “territorio”, una mini-regione, che ha al
suo interno una diversità che pochi immaginano», dice Ilaria Maria Sala,
giornalista della
Stampa che ha messo
radici qui nel 1997. «Non ci sono solo i grattacieli di Central e di
Kowloon, ma anche i parchi naturali sparsi ovunque. Ci sono i villaggi
rurali e di pescatori, le piccole vie piene ancora di una vita da sud
della Cina completamente diversa da quella che si trova oltrefrontiera.
Le isole offrono suggestioni inaspettate, flora e fauna ricchissime. È
questa diversità che rende Hong Kong tanto vivibile». C’è un
altro ingrediente inscindibile dalla ex colonia britannica, il fatto di
essere rimasta - nonostante il ritorno alla Cina nel 1997 - un’oasi di
libertà. «La stampa, Internet, i discorsi delle persone, l’atmosfera:
non c’è la censura, qui, né la costante pressione politica che si trova
in Cina». Molti si spingono da queste parti per fare incetta di libri
“proibiti”, per leggere giornali e riviste con notizie censurate
oltreconfine. Hong Kong ha fascino anche durante
i tifoni e la pioggia torrenziale: «Scende fitta fitta, impetuosa come
quella di un acquazzone, ma la sua foga non si esaurisce in una mezz’ora
travolgente. Quando si è per strada è un problema: anche con l’ombrello
si arriva fradici, come se piovesse dal cielo e dalla terra e dai lati»,
scrive Sala nel suo ultimo libro, “Lettere dalla Cina” (Una città,
2011). Quando la natura non aiuta,
accantonato il trekking panoramico sul Victoria Peak e a Dragon’s Back,
ci si può dedicare ad attività indoor, senza perdere in varietà. Le
conferenze organizzate dai circoli accademici e intellettuali, le corse
ippiche a Happy Valley, i musei d’arte tradizionale. Oppure il jazz del
Fringe Club, i massaggi ai piedi e il cinema, con le pellicole di arti
marziali e i polizieschi per cui Hong Kong è famosa. E poi ci sono le
gioie del cibo, passione cui gli abitanti della ex colonia dedicano
tempo e denaro. È tutto alimentare il
dim sum,
il rito più hongkonghese che ci sia. In cantonese significa snack, ma
indica molto più di uno spuntino. La tradizione vuole che sia consumato
la mattina, entro l’ora di pranzo, con l’intera famiglia riunita intorno
a un tavolo, al ristorante. Sorseggiando tè, si assaggiano pietanze di
ogni tipo (carne, pesce, frutti di mare, verdura) servite come
bocconcini per lo più cotti al vapore in cestini di bambù. Una
delle tante eredità del passato che sono ancora l’anima di questo luogo.
«Sbaglia chi pensa che, a causa della sua modernità, Hong Kong abbia
perso le tradizioni. Basta entrare in una farmacia di medicina cinese
per capire che la città, in modo discreto, porta con sé la propria
cultura e la nutre anche a ridosso dei grattacieli», assicura Cipolloni.
E allora aveva ragione Terzani: «Resistere al suo fascino è
impossibile».
(Pubblicato su “Touring”, maggio 2012)
Emma Lupano
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