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Per avere successo in Cina serve un business
“con caratteristiche cinesi”
«Alle
imprese italiane che puntano sulla creatività,
la Cina
oggi non fa ancora paura come concorrente. Ma bisogna stare attenti,
perché i cinesi da anni lavorano per
brand
occidentali e hanno imparato da noi. Basta che un’azienda cinese assuma
un manager esperto e il problema della competenza è risolto». E la
concorrenza è servita. Ecco perché secondo Elisabetta
Marafioti, docente di strategie di internazionalizzazione all’Università
Bocconi, le imprese italiane non possono più limitarsi a un approccio
timido al mercato asiatico. «In Cina si stima ci siano 15 mila designer
creativi pronti a sviluppare le loro attività nel settore della moda e
del design. Sono segnali che ci dicono che dobbiamo muoverci».
Marafioti ha fatto il punto sulla presenza
delle imprese italiane in Cina durante la
China
week, la tre giorni di incontri dedicati
al Paese di mezzo organizzata dal China Lab della Bocconi. Ha
sottolineato i punti di forza, ma anche di debolezza, delle strategie
messe in atto dalle aziende italiane nel loro approccio al mercato
cinese. Quella che emerge dai dati sugli scambi commerciali, sulle
tipologie di presenza e sulle scelte manageriali delle imprese nostrane
è «una fotografia a luci e ombre, in cui si vede che le aziende italiane
hanno capito sì l’importanza di investire nel mercato cinese, ma se ne
sono accorte tardi e hanno registrato difficoltà maggiori di quelle di
altri paesi». Quante
sono le aziende italiane presenti oggi in Cina e in quali settori
operano? Sono 1500, contro un totale di poco
più di 900 nel
2003. In
dieci anni c’è stato quindi un bel salto, in termini sia quantitativi
che qualitativi, anche se l’80 per cento delle nostre imprese rimane
concentrato nell’area consolare di Shanghai (che comprende le province
del Jiangsu, dell’Anhui e del Zhejiang), rendendo la nostra presenza
ancora molto concentrata. Quattro imprese su dieci in Cina si occupano
di manifattura e macchinari per le industrie e le attività commerciali.
Il 20 per cento appartiene al settore della meccanica, un altro 20 per
cento offre consulenze e servizi, mentre il 15 per cento si dedica alla
ristorazione e il 5 per cento ad altre attività.
Cosa dicono i dati sull’interscambio tra Italia e Cina? A livello
generale, la bilancia dell’interscambio tra Italia e Cina è negativa:
importiamo più di quanto esportiamo. Questo però è vero soltanto in
generale, perché se analizziamo la situazione settore per settore
troviamo anche realtà in cui la bilancia è positiva e l’export prevale.
È così, più di tutti, nel settore della meccanica. Le nostre aziende
esportano in Cina più tecnologia di quanto l’Italia non ne importi. Il
secondo settore in ordine di importanza, da questo punto di vista, è
quello della moda. Ma se nell’alta gamma siamo esportatori netti, siamo
invece importatori di molti prodotti legati all'abbigliamento. Settori
come quello delle telecomunicazioni, invece, presentano un saldo
commerciale decisamente negativo.
Sul fronte degli
investimenti diretti italiani in Cina, che panorama troviamo? Il
30 per cento di chi investe sono aziende del comparto meccanico, seguite
da quelle del tessile-abbigliamento (13%) e da imprese che operano su
prodotti elettrici ed elettronici (12%). Non è un caso che le imprese
che hanno deciso di investire siano quelle che operano nei settori più
appetibili per il mercato cinese, quelli in cui l’Italia è competitiva a
livello di export. Quale tipo
di investimenti fanno le aziende italiane attive in Cina? Dal
punto di vista della tipologia di presenze, nel corso di questi dieci
anni abbiamo assistito a una riduzione del peso degli uffici di
rappresentanza. Nel 2003 il 65 per cento delle imprese era presente in
Cina soltanto con un ufficio di rappresentanza, oggi siamo scesi al 45
per cento. L’ufficio di rappresentanza rimane ancora la modalità
principale scelta dalle imprese italiane per entrare nel paese, seguita
dalle joint-venture, anch’esse in calo (oggi al 22 per cento del
totale). Contano invece per il 21 per cento le imprese a capitale
interamente straniero, che stanno però crescendo di importanza,
soprattutto in aree geografiche diverse da quelle tradizionali, cioè
esterne all’area consolare di Shanghai.
La presenza italiana sta evolvendo anche sul fronte del management?
Se prendiamo a esempio il settore della moda di alta gamma, vediamo che
nella fase iniziale della presenza italiana in Cina, tra il 1991 e il
1996, il top management era interamente italiano. Lo stesso è stato
nella seconda fase, fino al 2001. Dal 2002, il management delle aziende
ha cominciato a essere sia italiano che cinese, e dal 2005 in
poi è diventato internazionale, coinvolgendo manager anche di paesi
terzi, esperti del mercato cinese. Questa strategia non è applicata a
tutti i mercati stranieri, ma in Cina è necessaria.
Perché? Restando nel campo della moda, i
commenti che si sentono è che i cinesi sono quasi stufi dei marchi
occidentali che offrono lo stesso prodotto indistintamente a tutti, in
ogni parte del mondo. I consumatori cinesi cominciano a cercare prodotti
più specificamente pensati per le loro esigenze e questo rende
necessario radicarsi nel mercato locale per rispondere ai gusti locali.
Ecco perché, se si considera la Cina
un mercato prioritario, bisogna investire in modo deciso. Anche nei
punti vendita: il consumatore cinese richiede un’esperienza di acquisto
molto ricca e per soddisfarlo diversi imprenditori italiani mi hanno
raccontato di aver dovuto apportare innovazioni. Puntando molto sugli
eventi e le PR, per esempio, ma anche curando dettagli minuti come le
composizioni floreali o la profumazione all’interno dei negozi. Chi ha
investito in questo senso, chi è stato attento alla propria visibilità
sul territorio e ha scelto manager esperti ha ottenuto risultati
tangibili. Insomma,
per avere successo in Cina ci vuole un business “con caratteristiche
cinesi”. Le imprese italiane devono essere consapevoli
dell’unicità culturale dei consumatori a cui si rivolgono. Questo è un
elemento che noi abbiamo spesso trascurato, pensando che i cinesi
avrebbero imparato prima o poi a consumare come noi. Ma il consumatore
globale probabilmente non esisterà mai, e il caso cinese lo sta
dimostrando.
(Pubblicato da
Agichina24.it, gennaio 2012)
Emma Lupano
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