Intervista: il Nobel a Mo Yan 

Il 10 dicembre a Stoccolma Mo Yan riceverà il premio Nobel per la letteratura 2012. Con lui, oltre alla moglie e alla figlia, ci saranno anche due italiane: Maria Rita Masci, curatrice delle pubblicazioni delle sue opere in Italia, oltre che traduttrice di altri autori cinesi, e Patrizia Liberati, traduttrice dal cinese di romanzi di Mo Yan come Il supplizio del legno di sandalo (Einaudi 2005) e Le sei reincarnazioni di Ximen Nao (Einaudi 2009).
È stato proprio Mo Yan a invitarle, all’indomani dell’annuncio dell’assegnazione del premio.
Maria Rita Masci, come è stata la reazione a caldo di Mo Yan quando ha saputo di aver vinto il Nobel? E come è nato l’invito ad accompagnarlo a Stoccolma?
Il giorno dell’annuncio del premio gli ho mandato una mail nella quale mi congratulavo per il Nobel e gli dicevo che ero non solo molto contenta per lui, ma anche contenta e orgogliosa del lavoro svolto insieme in tutti questi anni e dell'amicizia che c'era tra noi. Lui mi ha risposto che pensava che questo premio, questo onore da lui ricevuto dovesse essere condiviso anche con me e con Patrizia Liberati, perche grazie all'opera nostra (e di tanti altri traduttori in altri paesi), grazie ai nostri sforzi e al nostro lavoro per farlo conoscere in Italia, si è conquistato un posto nel mondo letterario non solo nel nostro paese, ma in tutto il mondo. Direi che è stato molto affettuoso nel voler riconoscere che senza la figura di un intermediario cruciale quale è il traduttore, senza quello che siamo state per lui io e Patrizia, tutto questo non sarebbe potuto accadere. Mi è sembrato un gesto di una generosità profonda.
Lei è stata la persona che di fatto ha reso possibile l’approdo di Mo Yan in Italia. Come è avvenuto il suo incontro letterario e umano con Mo Yan?

Per chi si occupa come me di letteratura cinese contemporanea, incontrare Mo Yan era inevitabile dal punto di vista letterario, visto che è stato uno dei principali protagonisti del rinnovamento letterario seguito alla demaoizzazione. Io in realtà avevo cominciato con altri autori che avevano avuto molto successo, come Acheng e Su Tong, che hanno aperto il filone della letteratura cinese con la casa editrice con cui collaboravo all'epoca, Theoria. Agli inizi degli anni Novanta pubblicammo così
Sorgo rosso, che è stato un libro fondamentale negli anni Ottanta in Cina, e i miei primi contatti con Mo Yan furono proprio relativi all'organizzazione di questa pubblicazione. L'ho incontrato di persona nella prima metà degli anni Novanta quando sono andata in Cina, e da allora il rapporto è diventato continuativo. Quando Theoria chiuse la sua avventura editoriale, Sorgo rosso venne ripubblicato dalla casa editrice Einaudi, con cui poi uscì anche la raccolta di racconti L'uomo che allevava i gatti. Da allora l'interesse di Einaudi nei confronti di Mo Yan si è sempre mantenuto e quindi sono uscite via via tutte le altre opere. Il mio rapporto con Mo Yan è diventato quello tra sinologo-curatore di opere e uno scrittore cinese. Un rapporto che poi negli anni si è consolidato, ma che è partito da una fiducia accordata. All'epoca era un rapporto bilaterale: facevo un po’ di tutto. In realtà l’ho tradotto poco, sono stata soprattutto curatrice delle sue opere. Tutte le traduzioni che sono uscite sono state da me riviste parola per parola. Inoltre, il mio lavoro con Mo Yan comportava anche la relazione per l'acquisizione dei diritti, tutte cose che chi ha dovuto avere a che fare con gli scrittori ai loro esordi si è dovuto sobbarcare, ma che non competono di norma al traduttore. In ogni caso, quel rapporto di fiducia si è trasformato nel tempo in un rapporto di amicizia. Che tipo di persona è l’uomo Mo Yan?
Mo Yan è una persona molto diretta, con cui è facile avere a che fare, una persona semplice. Ha un'origine contadina, come penso ormai sia noto ai suoi lettori, e quindi è una persona molto concreta, legata alla terra, capace proprio per questa sua origine di analizzare i problemi in modo molto realistico ed empirico. È dotato di grande forza interiore e di notevole forza morale. Non disgiunto da tutto ciò, c’è uno spiccato senso dell'umorismo.
Crede che il Nobel cambierà Mo Yan?

Francamente non ci ho pensato, ma, ora che ci rifletto, credo che Mo Yan sia una persona abbastanza centrata su di sé in modo molto solido e serio, dunque non credo che il Nobel porterà
 un cambiamento nel suo tipo di scrittura. Del resto il suo stile è andato evolvendosi da Sorgo rosso a oggi, perciò mi aspetto che come ci sono stati cambiamenti finora ce ne possono essere altri in futuro. Potrebbe cambiare invece il Mo Yan pubblico: questo è probabile, come è stato già visto nell'intervista rilasciata in Cina dopo l’annuncio del Nobel. In quella intervista ha fatto un passo molto importante nella richiesta della liberazione di Liu Xiaobo.
Dopo l’annuncio del Nobel, Mo Yan è stato criticato da alcuni intellettuali cinesi, come Ai Weiwei, in quanto scrittore allineato al partito. Lei crede che Mo Yan lo sia?

Credo che chi ha letto le opere di Mo Yan si renda conto che non è allineato per niente. Prima di tutto, perché il quadro che emerge dalla sua narrativa non è assolutamente un quadro agiografico della linea del partito. Inoltre, Mo Yan si è sempre schierato con i contadini, con il popolo in quanto contadini. La realtà che ha narrato nelle sue opere è molto dura, molto violenta, anche molto fortemente poetica ed evocativa, ma c'è una descrizione della società cinese che non fa sconti a nulla, neanche al partito comunista, a cui lui aderisce, e che gli ha consentito un'elevazione del suo status sociale. Da contadino, entrando nell'esercito ha potuto studiare: ci sono cose che non vanno negate nel valore di quanto il partito ha fatto. Mi pare invece che le polemiche seguano qualunque assegnazione del Nobel. Non c'è mai stata pace su questo premio, c’è sempre stato da ridire, pensiamo a cosa è successo nel caso di Dario Fo. Io ho l’impressione che questo premio, che è il più ambito al mondo, crei grande sconcerto nel momento in cui viene assegnato. E molte persone se la prendono con l'autore premiato invece che con l'Accademia che ha fatto la scelta. Ultimamente Herta Müller ha detto cose molto dure, senza però accusare l'Accademia, anche perché accusarla vuol dire smentire se stessa, visto che l’Accademia ha dato anche a lei questo premio. Ma allora dovremmo vergognarci anche noi, o essere messi sotto accusa anche noi che studiamo
la Cina e che da anni dedichiamo il nostro lavoro alla traduzione e a facilitare la conoscenza di quello che avviene in questo paese. Con lo stesso massimalismo, potremmo infatti essere considerati anche
noi servi del partito comunista.
 

(Pubblicato su Agichina24.it, dicembre 2012)

Emma Lupano

 

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