Un caso di censura: la “zuppa” del sud

 Questa volta non è la solita zuppa. È la “zuppa del sud”: «Un cibo che ci sostiene e ci riempie di speranza... Porta prosperità e placa la nostra fame... Ha coraggio... Sembra non avere molto valore, ma quanti bisognosi e senzatetto ha salvato?».
Come spesso accade nel mondo dei media cinesi, le cose non sono come appaiono a prima vista. Quella che a un occhio ingenuo potrebbe apparire una semplice, sperticata ode a una pietanza tipica del sud della Cina, pubblicata il 9 gennaio dal quotidiano di Pechino
Beijing News, è infatti un messaggio forte rivolto ai colleghi di Guangzhou: un’espressione di sostegno per il Southern Weekend, la testata presa di mira dalla censura a inizio gennaio e rientrata nei ranghi da poche ore dopo uno sciopero durato sei giorni.
“Zuppa del sud” in cinese si dice
nan zhou, che ha un suono identico alla versione abbreviata di Nanfang Zhoumo, il nome cinese del Southern Weekend. E visto che, in una direttiva diffusa a tutti i media, il Dipartimento di propaganda ha vietato di citare il nome della testata, ecco che i redattori di Pechino si sono inventati un modo creativo per aggirare la censura.
Una piccola rivincita nel giorno in cui sono stati costretti a ripubblicare un editoriale del quotidiano di proprietà del partito
Global Times. L’articolo forniva un’interpretazione “ortodossa” della protesta del Southern Weekend, sostenendo, tra le altre cose, che dietro lo sciopero dei giornalisti ci fossero «forze ostili» straniere. Il direttore del Beijing News, che aveva cercato di opporsi alla pubblicazione del commento voluto dal partito, ha infine rassegnato le dimissioni.
Ma cosa ha scatenato tanto fermento nel tranquillo mondo dei media cinesi? L’antefatto è l’intervento a gamba tesa del nuovo responsabile del Dipartimento di propaganda del Guangdong, Tuo Zhen, che il 2 gennaio, quando ha letto l’editoriale di capodanno che stava per essere pubblicato dal
Southern Weekend, ha deciso di cambiarlo, stravolgendone il senso. Nella versione originale, l’editoriale invocava riforme politiche e l’avvento di un vero costituzionalismo, affermando che è questo il sogno della Cina. Tuo Zhen ha invece scritto di suo pugno un editoriale che tesse le lodi del nuovo segretario del partito Xi Jinping, sostenendo che il sogno della Cina è ormai realizzato.
Abbastanza per scatenare la rivolta in una redazione ciclicamente ai ferri corti con la propaganda, anche perché quella di Tuo Zhen è stata una mossa irrituale persino per il duro mondo della censura cinese: ha operato i cambiamenti senza informare la direzione della rivista, poco prima che il numero andasse in stampa. Così i giornalisti hanno scoperto solo a numero pubblicato che l’editoriale di capodanno, tradizionalmente molto importante per il
Southern Weekend, era irriconoscibile.
Eppure Tuo, già vicepresidente dell’agenzia di stampa
Xinhua, non è uno che non sappia che quelli del Guangdong sono i giornalisti notoriamente più agguerriti della Cina, avanguardia della professione dall’avvio delle riforme di Deng Xiaoping. E che ancor di più lo sono quelli del Nanfang Zhoumo, testata di riferimento per gli intellettuali di area liberale e nemica per i conservatori, che la accusano di essere al servizio dell’occidente.
Quello che il censore del Guangdong forse non aveva calcolato è invece il supporto giunto alla rivista dalla popolazione, che si è unita alle manifestazioni, e dagli intellettuali di tutto il paese. All’indomani della brutta sorpresa, i giornalisti della rivista hanno diffuso via web una raccolta di firme con una lettera rivolta al nuovo segretario di partito del Guangdong, Hu Chunhua, in cui si chiedeva la rimozione di Tuo Zhen. Dopo quattro giorni di agitazione in rete e non solo, Hu ha in effetti aperto il dialogo con i giornalisti, ottenendo che tornassero al lavoro dietro la promessa, tra le altre cose, della testa di Tuo.
Se alle parole seguiranno i fatti, bisognerà vedere. E se è una buona notizia il fatto che la protesta dei giornalisti non sia stata fermata con la violenza, è anche chiaro che la dirigenza cinese è consapevole di muoversi ormai sempre sotto lo sguardo severo dell’occidente. Solo a riflettori spenti, dunque, arriverà l’eventuale resa dei conti.
La novità, nel caso della “zuppa del sud”, non è che i giornalisti cinesi abbiano alzato la testa: non è la prima volta che una redazione protesta. Come nel 2005, quando un terzo dei redattori del
Xin Jing Bao scioperò contro il licenziamento dei direttori della testata deciso dai responsabili della propaganda. O come nel 2004, quando giornalisti di ogni parte della Cina levarono la propria voce in difesa di Cheng Yizhong, imprigionato con l’accusa di frode quando era alla direzione del “fastidioso” Nanfang Dushi Bao.
Allora, però, non c’era Weibo, il Twitter cinese. Ed è stato questo, e in generale l’attivismo sempre più coordinato del “popolo della rete”, ad aver fatto la differenza in questi primi giorni del 2013. Una voce virtuale fatta di persone normali, ma anche di autentiche celebrità, come lo scrittore-pilota di rally Han Han.
«
Il Nanfang Zhoumo ha avuto una profonda influenza su di me sin da piccolo», ha scritto Han Han in un commento pubblicato dal South China Morning Post di Hong Kong. Il blogger attacca il potere che controlla «tutti i professionisti dei media e della cultura in Cina», un potere che però non si vede mai in volto e con cui non si può interagire. Scrittori, intellettuali e giornalisti cinesi, secondo Han Han, «vorrebbero regole chiare da seguire, ma non riescono mai a sapere quali siano. Per questo finiamo con l’autocensurarci».
Difficilmente le reazioni suscitate dalla “zuppa” di capodanno basteranno a provocare un cambiamento nella gestione della propaganda da parte della nuova leadership. La vicenda ha però lasciato il segno: ha ricordato ai giornalisti e agli intellettuali cinesi che esistono modi per far sentire la propria voce, e ai censori che la “zuppa del sud” è meglio non toccarla. 

(Pubblicato su La Provincia di Como, gennaio 2013)

Emma Lupano

 

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