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Wen Jiaboom
articolo inserito il 05.03.09
Se in Cina esistesse la
satira, qualcuno se lo sarebbe già immaginato così: tuta da supereroe,
ovviamente rossa, con una grande vu doppia cucita sul petto. W come “Wen
yeye”, ovvero “nonno Wen”. Perché Wen Jiabao, 66 anni, capo del governo
della Repubblica popolare cinese dal 2003, il grande balzo lungo la
strada della beatificazione popolare l’ha fatto così: accovacciato in
mezzo ai resti di una scuola del Sichuan, scarpe da tennis ai piedi e
impermeabile dell’Esercito popolare di liberazione sulle spalle.
Un metro sotto di lui, un gruppo di soccorritori stava scavando
affannosamente tra le macerie nel tentativo di salvare un bambino
intrappolato dal crollo della scuola dove stava facendo lezione. Mani
giunte e sguardo fisso, il premier gli parlava con voce rassicurante:
“Sono il nonno Wen. Non avere paura, tra poco ti tireranno fuori di lì e
sarai salvo”.
L’immagine è rimbalzata per giorni su quotidiani, tv, siti internet e
blog di tutto il Paese. Sarebbe bastato questo a scatenare la commozione
dei cittadini e incoronare Wen il premier più amato dai cinesi, ma le
gesta del capo del governo sono state replicate all’infinito. Variazioni
su un unico tema: Wen che cammina tra le macerie della città di Muyu per
andare a confortare i parenti delle vittime; Wen che siede in mezzo alle
famiglie rimaste senza tetto e chiacchiera con loro. Wen che stringe la
mano ai genitori dei bambini morti in una scuola della contea di
Beichuan; Wen che - braccia al cielo a scoprire gli aloni di sudore
sulla camicia bianca - saluta la popolazione di Guangyuan, uno dei
centri colpiti più duramente dal terremoto. E ancora Wen che impartisce
ordini ai soccorritori; Wen che rassicura i parenti dei dispersi
annunciando l’arrivo di centinaia di soldati; Wen che, davanti alle
macerie di un’altra scuola che crollando ha sepolto 100 bambini, dice:
“Non ci arrenderemo fino a quando ci sarà anche la più piccola speranza.
Non ci fermeremo fino a che non avremo salvato anche l’ultimo
sopravvissuto”.
Peccato solo che domenica mattina, poche ore prima che una nuova,
violenta scossa di assestamento uccidesse due persone e provocasse il
crollo di altre centinaia di edifici, il capo del governo sia ripartito
in tutta sicurezza alla volta di Pechino. Ci sarebbe state di certo
decine di telecamere pronte a registrare la sua commozione in presa
diretta.
Ore di riprese e centinaia di flash che il premier si è guadagnato anche
per una questione di tempi. Wen Jiabao è stato il primo leader ad
arrivare nel Sichuan. Quel lunedì era appena rientrato a Pechino da una
visita nello Henan. Stava percorrendo una delle immense circolari della
capitale per rientrare al quartier generale di Zhongnanhai quando una
telefonata l’ha avvisato del sisma. Il corteo di macchine ha fatto
dietrofront, direzione aeroporto.
A tre ore dal terremoto stava già stringendo mani e abbracciando
sopravvissuti. Dopo tre giorni era ancora lì, con gli stessi vestiti del
primo giorno, impegnato a perlustrare le zone colpite e ad assicurarsi
che gli aiuti stessero arrivando come previsto. E ad arrabbiarsi, anche.
Voci circolate su Internet e via sms raccontano che proprio lui,
considerato un burocrate paterno e un po’ tentennante, si sarebbe
infuriato al telefono con un generale dell’Esercito di liberazione
perché gli aiuti erano in ritardo. “Non mi interessa quello che fai –
avrebbe urlato al militare in mezzo alla strada -. Voglio solo 100 mila
persone salve. Questo è il mio ordine”. E giù la cornetta in faccia al
generale, anche se l’esercito, nel sistema cinese, non obbedisce al capo
del governo.
Secondo i suoi sostenitori, è stato il ruggito del “premier del popolo”:
un leader famoso per il sorriso e le buone maniere, per la sua facilità
a stringere mani ai malati di Aids e a dormire nelle case dei contadini.
E che ama i cittadini perché è uno di loro, dicono i fan citando le sue
origini modeste: figlio di due insegnanti in un villaggio della campagna
vicino a Tianjin.
Di certo i nervi del premier erano già tesi. Durante i giorni nel
Sichuan, le emozioni sono state violente e il capo del governo ha
dormito poco e pianto molto. Le telecamere, che lo hanno seguito fin
dalla partenza da Pechino, non si sono fatte sfuggire neanche una
lacrima: un leader con gli occhi lucidi non è cosa da tutti i giorni e i
telespettatori lontani, incollati allo schermo per seguire la sciagura
nazionale, hanno apprezzato e condiviso il dolore del premier. I filmati
sono poi finiti su Tudou, il clone cinese di YouTube, dove decine di
video caricati dai suoi fan mostrano le gesta del leader buono. Il più
entusiasta si intitola: “Premier Wen, hai commosso tutta la Cina!”. E
uno si immagina milioni di cinesi a tirar su col naso davanti allo
schermo che mostra le lacrime del capo del governo.
Fazzoletti bagnati o meno, non è la prima volta che il premier fa
breccia nel cuore dei cinesi. Pochi mesi fa, Wen aveva già dato un’altra
prova della sua umanità. Qualità - così rara tra i leader del Pcc - che
i fan più apprezzano in lui. Alla vigilia del Capodanno lunare, le
province meridionali della Cina sono state colpite da una ondata di
freddo imprevista. Nevicate anomale in zone dove la temperatura non si
avvicina mai allo zero hanno paralizzato tutti i mezzi di trasporto e
milioni di lavoratori stagionali affollavano le stazioni dei treni, in
attesa di tornare dalle famiglie per la festa più importante dell’anno.
Una situazione che sarebbe potuta esplodere con proteste memorabili e
destabilizzanti per il governo, se i cinesi non fossero fin troppo
abituati a “chi ku”, mangiare amaro. E se, mentre gli altri leader si
godevano il sole di Pechino, Wen non fosse volato a Guangzhou.
Con l’anonimo cappotto grigio che i cinesi gli vedono addosso da dieci
anni, è apparso in mezzo alla folla tra centinaia di migliaia di
lavoratori in attesa disperata di un treno. Gente che da giorni dormiva
sui marciapiedi all’ingresso della stazione; donne, ma soprattutto
uomini, accampati tra borse di plastica chiuse con lo spago e pacchi
regalo di cartone. Con il megafono in mano, si è rivolto a loro come il
più umile dei funzionari: “Buongiorno a tutti – ha detto -. Sono Wen
Jiabao, il vostro premier”. Come a dire: vi spiego chi sono, non
pretendo che lo sappiate. E come se pensasse: milioni di cinesi sono
troppo poveri, troppo stravolti dal lavoro, troppo poco interessati a
quanto avviene a Pechino per poter riconoscere di persona la seconda
carica dello Stato. Anche se il suo volto compare tutti i giorni in
televisione.
Poi un brivido – di sorpresa, di sussulto, di incredulità – ha percorso
le schiene al gracchiare del megafono: “Sono qui per darvi conforto.
Avete sofferto molto e sento il vostro dolore. Vi chiedo scusa”.
Quasi una dichiarazione d’amore. L’autocritica di un nonno responsabile.
Ma soprattutto, la mossa di un abile comunicatore: una zampata del
premier piacione per piantare la sua bandiera nel cuore dei cinesi,
mostrandosi l’erede della figura confuciana del funzionario buono,
quello che difende gli interessi dei più deboli quando i governanti
locali sono disinteressati o assenti. D’altra parte, Wen Jiabao aveva
promesso responsabilità già al termine dell’Assemblea nazionale del
Popolo che lo incoronò premier nel marzo 2003: “La gente dice che ho un
buon carattere. Allo stesso tempo, però, ho convinzioni profonde e ho i
miei giudizi personali sulle cose. E non ho paura ad assumermi le
responsabilità”.
Nel kit di sopravvivenza di Wen Jiabao, però, non ci sono soltanto la
melassa, il sorriso e i buoni sentimenti. Diventare premier in Cina non
è il più facile dei mestieri, soprattutto se sei un geologo senza amici
“in alto” che ha preso la tessera del partito alla vigilia della
rivoluzione culturale, ha attraversato miracolosamente indenne quel
decennio di lotte fratricide, si è poi tuffato nella corrente più
riformista del partito, ma è riuscito a distaccarsene proprio quando la
leadership decideva di tirare il freno. Per poi galleggiare, in operoso
silenzio, fino all’incoronazione definitiva.
Pochissimi altri, come lui, sono stati in grado di salvarsi dalla storia
cinese degli ultimi trent’anni, sfuggendo a purghe, condanne e
ribaltoni. Tra i pochi, c’è anche il presidente della repubblica Hu
Jintao: come lui, Wen deve la propria carriera alla capacità di restare
nell’ombra, di lasciare poche tracce dietro di sé e di non crearsi mai
nemici acerrimi.
Alcuni lo hanno paragonato a un insetto su una ragnatela: procede il più
lentamente possibile, perché sa che se si muovesse troppo in fretta
finirebbe col farsi mangiare. Ed è infatti la lentezza il difetto più
fastidioso secondo i suoi sottoposti. Prima di scarabocchiare la sua
firma, si racconta, Wen lascia che i documenti governativi si depositino
sulla sua scrivania per almeno tre giorni: il tempo minimo necessario al
premier per ruminare tutti i contenuti e controllare ossessivamente la
grammatica.
La strategia della ragnatela ha però dato i suoi frutti, se di Wen si
dice non abbia mai commesso errori politici. È riuscito a vestire i
panni del fedele collaboratore al fianco degli ultimi quattro segretari
del partito, rimanendo però soprattutto un tecnocrate, senza
affiliazioni di parte: apprezzato per le sue doti di amministratore più
che per il suo schieramento all’interno del partito.
“Una volta l’ambasciatore svizzero in Cina disse che il mio cervello è
come un computer. In effetti, molte statistiche sono archiviate nella
mia testa”, si vantò Wen nel 2003. Capacità stimate al punto che alla
fine degli anni Novanta Zhu Rongji, capo del governo durante la
presidenza di Jiang Zemin, lo scelse come vice e gli affidò incarichi di
supervisione in tre settori cruciali per l’accesso nell’Organizzazione
mondiale del commercio: le politiche agricole, finanziarie e per la
salvaguardia dell’ambiente. Temi su cui l’attuale premier è ferrato, un
po’ per formazione, un po’ per esperienza sul campo. Dal 1968 al 1982,
infatti, fu inviato come esperto geologo nel Gansu. Fu in quegli anni
che Wen conobbe a fondo la realtà delle campagne cinesi, uno dei temi
forti del suo governo: “Risolvere i problemi dell’agricoltura, dei
villaggi e dei contadini è una delle parti più cruciali di tutto il
nostro lavoro”, ha dichiarato durante l’ultima Assemblea nazionale del
popolo, lo scorso marzo.
A portare Wen a Pechino fu Deng Xiaoping, che all’inizio degli anni
Ottanta era a caccia di giovani promettenti da inserire nella dirigenza.
Con Deng, Wen Jiabao condivideva la passione per il bridge ed è
probabile che, nelle loro lunghe partite, il “piccolo timoniere”,
maestro nel risalire la corrente dopo gli anni più duri del maoismo, gli
abbia insegnato ben più che qualche trucco con le carte.
Le lezioni furono messe a frutto. Il capolavoro di sopravvivenza di Wen
Jiabao è legato ai fatti di piazza Tian’anmen. Nel 1989 Wen era il
segretario personale del capo del partito, Zhao Ziyang, che fu epurato
per non aver saputo o voluto frenare la rivolta degli studenti. Quando
Zhao, in lacrime, scese in piazza Tian’anmen alla vigilia della
repressione per chiedere agli studenti di interrompere lo sciopero della
fame, Wen era al suo fianco. Nella storica foto che ritrae Zhao Ziyang a
colloquio con i manifestanti, c’è anche il giovane Wen Jiabao. Silente,
grigio. Ma presente.
Poche ore dopo quello scatto, Zhao Ziyang fu espulso dal partito e
costretto agli arresti domiciliari fino al giorno della sua morte, nel
2005. Anche Wen dovette scontare qualche mese di detenzione in casa, ma
nel 1992 era già tornato al lavoro, sotto la leadership di Jiang Zemin.
Secondo alcune cronache, a salvare il geologo dal terremoto politico fu
la sua capacità di presagirne le scosse: prima di scendere in piazza
Tian’anmen, quella notte, Wen ebbe l’accortezza di consultarsi con il
rappresentante dell’ala nemica di Zhao, il conservatore Li Peng. Il
quale gli accordò il permesso di accompagnare il capo del Pcc, ma prese
nota del suo scrupolo. E quando fu necessario decidere il destino di Wen
Jiabao, qualcuno si ricordò di quel gesto.
Se la vicenda politica di Wen è abbastanza nota, poco si sa invece della
sua vita privata. Il premier ha due figli, un maschio e una femmina,
avuti prima dell’introduzione della legge sul figlio unico. Entrambi
sono ai vertici di un’azienda: lui nel settore informatico, lei in
quello finanziario.
La moglie, Zhang Peili, conosciuta durante gli anni nel Gansu, ha 67
anni ed è presidente di un’azienda di stato che produce diamanti. Prima
di rassegnare le dimissioni quando il marito fu nominato premier, era
vicepresidente dell’Associazione nazionale dei gioiellieri. Una donna
forte e decisa, si dice, in netto contrasto con la personalità del
marito modesto e tentennatore. Nonostante il carattere, però, la first
lady è più sfuggente di Cecilia Sarkozy: anche lei si è adeguata alle
regole della dirigenza cinese che vogliono le mogli ben lontane dalla
vita pubblica. Anche perché le rare apparizioni pubbliche hanno
rischiato di essere pericolose. Come durante una convention di
gioiellieri a Taiwan, alla fine del 2007, quando la first lady fu
ripresa dalla tv locale con al polso un braccialetto da duecentomila
euro: non proprio il ritratto della sobrietà, e decisamente non il
massimo della pubblicità per un premier sostiene di essere un uomo del
popolo. O come quando un giornalista taiwanese scrisse un articolo sulla
passione della signora Wen per lo shopping di pietre preziose. Ecco
spiegata, ironizzava il reporter, la ragione per cui il premier cinese
ha festeggiato l’ultimo capodanno mangiando ravioli con dei minatori:
per permettersi quei quattro sassi che a Zhang Peili piacciono tanto, in
qualche modo dovrà pure risparmiare.
Notizie come queste, però, non arrivano alle orecchie dei cinesi. Almeno
non attraverso i media convenzionali: la stretta vigilanza del
Dipartimento di propaganda del partito evita che su giornali, radio e tv
circolino voci dannose sui dirigenti e sulla loro vita privata. Perché
negli ultimi dieci anni l’immagine dei leader del Pcc è stata
spolverata, svecchiata e lustrata. E i leader hanno cominciato a
mostrare un volto più umano e “casalingo”: come Jiang Zemin alla fine
degli anni Novanta, immortalato in una foto memorabile mentre era in
procinto di tuffarsi in mare, costume tirato fino alle ascelle e cuffia
in testa. Ma lo scoop no, non è previsto. Anche gli scatti più naturali
sono il frutto di una attenta pianificazione da parte dei responsabili
della propaganda.
Abbandonata la casacca di Mao, Wen Jiabao e gli altri dirigenti
comunisti sono sempre più simili a quella Cina rilassata e benestante
che vogliono rappresentare. Indossano abiti di sartoria, con tagli
occidentali impeccabili e cravatte di buon gusto. A Zhang Peili, però,
non basta: la moglie del premier vorrebbe rendere il look del marito
ancora più moderno, ma Wen non ci sta. Chissà quanti successi
riscuoterebbe altrimenti tra le donne, visto che, nonostante il suo
stile anonimo, Wen Jiabao è definito sexy dalle sue ammiratrici. Sul
sito cinese Tianya una fan scrive: “Che affascinante che è Baobao –
diminutivo che raddoppia il termine “bao”, tesoro, contenuto nel nome
del premier -. Da giovane era proprio bello, ma anche adesso mi piace”.
A intenerire le cinesi è il sorriso del capo del governo, ma forse anche
la sua goffaggine. Alla fine del 2007, Wen è stato ripreso dalla tv di
stato mentre, in visita a Tokyo, si cimentava in una partita di
baseball, lo sport più amato dai giapponesi. “Sono 40 anni che non
gioco”, si era schernito. Ne aveva tutti i motivi, vista l’aria
impacciata che aveva con il guantone e la mazza in mano. Ma gli
ammiratori lo hanno perdonato: la tuta da baseball forse non gli si
addice, ma quella da supereroe non fa una grinza.
Emma Lupano
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